• Massimo Motta

Il linguaggio dei neonati: comunicare per creare e per crearsi

Aggiornamento: 2 apr 2020

È ormai consolidata l’evidenza che i neonati, già in fase prenatale, comunichino. Fa parte della capacità innata, presente già quando il nascituro è ancora nell'utero, di essere comunicativo, sociale e relazionale. La scienza (Gallese et al., 2010) ha confermato ciò che le madri sanno senza ombra di dubbio: alcune ricerche ci mostrano che, ad esempio, a partire dalla 18ª settimana di gestazione inizia l’incontro inter-soggettivo, e quindi anche i primi tentativi di comunicazione, mentre per le gravidanze gemellari, questa forma di comunicazione interpersonale tra i feti è stata rilevata già a 14 settimane. Questo “linguaggio” è fatto di contatto, vicinanza, ascolto. Con la mamma, il bambino comunica in termini metabolici e biochimici e, man mano che il feto cresce, il suo apparato sensoriale è in grado di ricevere stimoli, selezionarli, e fornire una risposta non solo precisa, ma anche creativa. Oltre a questa parte “biologica”, prima di tutto il dialogo con il bambino è un dialogo a due, che nasce prima dal dialogo creativo della madre e del padre: quando sognano il bambino, quando gli parlano, quando lo ascoltano, quando lo sognano. Nel corpo della mamma, c’è già un altro corpo: due corpi che comunicano. Una ricerca ormai lontana nel tempo (Truby, 1975) sull'intelligenza verbale dei neonati, ci ha mostrato come il pianto dei bambini a 28 settimane di gestazione assomigli al pianto delle rispettive mamme. Il tempo dell’attesa, dunque, è tempo per “costruire” il dialogo, un tempo ricco per “vivere” il proprio bambino e “vivere” se stessi come genitori.


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Dopo la nascita, anche la scienza ha dovuto “adeguarsi” alle assodate consapevolezze materne riguardo la competenza e la capacità sociale dei bambini. Anche da piccolissimi, infatti, siamo in grado di sentire e rispondere alle persone ed alle situazioni quasi immediatamente: neonati di poche ore che imitano le postura delle labbra o della lingua dell’adulto, l’intensità accesa del neonato che guarda la sua mamma e viene guardato altrettanto intensamente durante l’allattamento; i "dialoghi" in alternanza tra madre e neonato quando sono in sintonia oppure la sovrapposizione quando la sintonia sembra mancare. O ancora, la complessità dei gesti e dei movimenti facciali ed espressivi molto precoci, che istantaneamente contribuiscono ad alimentare un “dialogo” con il genitore, che a sua volta aiuta i genitori ad aiutare i neonati ad esprimersi: il solido concetto di reciprocità. Questo è il linguaggio dei neonati. Ed è proprio questo linguaggio che permette al bambino di dare significato alla propria esperienza emotiva, e che permette a ciò che sente di diventare il suo vissuto.



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Possiamo quindi rasserenarci rispetto al fatto che la scienza è d’accordo con le madri e i padri che ritengono che i neonati siano “persone” fin da subito, con tratti e pensieri precoci, con vitalità, vivacità e temperamento personali.

Tutto questo porta a pensare che trovare l’origine del linguaggio nei bambini sia impresa ardua. Quello che è importante, tuttavia, è la creazione di una atmosfera emotiva adeguata, che diventa anche una “atmosfera verbale”. Non si tratta perciò di leggere manuali su come si fa, quanto piuttosto di farlo e basta: parlare, sognare, immaginare, condividere esperienze e significati. Perciò il linguaggio, man mano che il bambino crescerà, sarà il contenitore del pensiero, dell’esperienza, del gioco, della percezione di sé. Questo significa anche tranquillizzare i genitori e la loro competenza: dare senso all'esperienza non significa dare la risposta giusta o sbagliata, immediatamente. Significa prima di tutto restare nell'incertezza, nell'indecisione, nel dubbio. Dare tempo, e dare senso, che si traduce anche nel crescere come genitori. È lo stesso senso che i bambini e i genitori mettono quando si intrattengono allegramente nel cosiddetto “baby talk”(che parte dalla lallazione e arriva alle parole), in cui non conta il contenuto ma il processo del dialogo, la costruzione reciproca di qualcosa. Questo “dialogo” schematico comincia dopo i primi mesi di vita e grazie alla sua ripetitività permette di stabilire un’intesa reciproca, che porta ad una relazione prevedibile (sempre la scienza ci suggerisce che le interazioni ripetitive avvengono circa dal secondo mese in avanti). Quando un genitore parla utilizzando il baby talk, enfatizza certi elementi nella sua voce, attraverso intonazione e ritmo, e favorisce quindi l’interazione.



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I bambini, durante il primo anno, sviluppano competenze linguistiche importanti. Passano infatti dai vocalizzi ai suoni consonantici, a combinazioni e balbettii (“pa-pa” e “ma-ma” si giocano la medaglia d’oro per la prima parola). Via via i bambini diventano sempre più competenti: indicano, salutano, annuiscono, finché la comunicazione verbale diventerà preponderante a quella gestuale.

Oltre a “quello che si fa”, per dialogare è importante anche la “cornice”, cioè il significato che assume il dialogo. Creare la cornice significa per un genitore, ad esempio, focalizzare l’attenzione del bambino su un sonaglio e condividere con lui quell'esperienza. Gli adulti, si sa, fanno un sacco di errori e i genitori dei neonati, in primo luogo, solitamente sbagliano clamorosamente quando attribuiscono significati intenzionali ai neonati durante i loro discorsi. Prima del primo anno è più difficile che ci sia una effettiva intenzionalità da parte dei neonati, ma i genitori fanno finta di sì. Non è un errore grave, anzi: è come il calabrone che non può scientificamente volare, ma vola lo stesso perché non lo sa. Sopravvalutare il proprio figlio, immaginando di sapere che cosa vuole fare esattamente, in questa situazione permette anche al bambino di orientarsi in questo dialogo, di prendere parte all'interazione e di partecipare allo scambio verbale. In poche parole, permette di creare una cornice di normalità in cui il bambino chiacchiera senza caos. Mica male per un genitore che “fa le cose come gli vengono perché non ha studiato”! Tutto quanto scritto, senza indugi è chiaro che partecipa al concetto di attaccamento.

Tutti parlano allo stesso modo con i bambini? Generalmente no. Le mamme sono solitamente più loquaci (variano da “chiacchierone” a “logorroiche”) mentre i padri sembrano essere più sintetici e chiarificatori; inoltre, se si tratta di un contesto di gioco, gli adulti sembrano essere più fantasiosi e creativi, mentre quando è incentrato su un compito sembrano essere più ricchi di direttive e di richiami all'attenzione. Questo è il motivo per cui anche i nonni, gli educatori, o altre persone con una confidenza diversa parlino al bambino in modo diverso: variano i contesti e variano le relazioni. Quello che conta è continuare a dialogare, perché la nostra voce cresce con noi, e con essa cresce anche la nostra capacità di usare il nostro “linguaggio” personale nel mondo.


*Il presente articolo è stato precedentemente pubblicato sul Trimestrale dell'Associazione Italiana Massaggio Infantile Anno XV nr. 54 Autunno 2017.

Bibliografia

Fabbroni Barbara (2013) Stati dell’Io fetali, Roma, Edizioni universitarie romane

Fonzi Ada (a cura di) (2001) Manuale di psicologia dello sviluppo, Firenze, Giunti

Basile Roberto (2005), presentazione del volume “Essere neonati. Questioni psicoanalitiche” di Dina Vallino e Marco Macciò, Lavarone

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